Come sei

Hey girls, hey boys, Superstar DJ's, Here we go!
La sala è gremita. Brusio, rumori e gente che aspetta.
Il palco è vuoto, l'occhio di bue illumina un microfono che svetta solitario e nero contro la luce bianca e asettica.
Aspettano. Aspettano e osservano il palco con lo sguardo fisso, in attesa che sbuchi qualcosa dalle quinte.
E quel qualcosa, sono io.
Francine.
Vivo cantando le mie storie al suono della mia chitarra, spingendomi con i miei stivali e il mio fido morello in quelle terre oltre la frontiera e in quelle in cui il Mondo non è andato avanti, con il plettro al collo e tanta voglia di raccontare, raccontare, raccontare.
Le mie corde sono la lingua italiana, la buona scrittura mi fa da accordo e la continua ricerca della perfezione è il mio demone.
Sono una creatura senza tempo conosciuta con molti nomi, secondo la lingua dei paesi che ho visitato, ma, alla fine, essi riportano tutti a me.
A Francine.
Francine che imbraccia la chitarra e sale sul palco.
Lo spettacolo ha inizio.
Avete pagato il biglietto?

I commenti

QueenCrimson in Touch faith!
QueenCrimson in 16/06/2009
Elentari77 in Sorpresa!-8
GoldFrancine in Sorpresa!-8
Sen in Sorpresa!-8
QueenCrimson in 16/06/2009
GoldFrancine in 16/06/2009
QueenCrimson in 16/06/2009
GoldFrancine in 16/06/2009
GoldFrancine in Scene da un matrimon...

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*loading* persone mi hanno fatto visita

Credits

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Thanks to
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Oh my dog


Oh my dog

Oh Long John

Oh Long Johnson

Oh Don Piano

Why I eyes ya

All the live long day



Autore: GoldFrancine | Data: lunedì, 02 febbraio 2009, 11:20 | fuffa, televisione, leggende, youtube, stranezze stranissime
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Sti Carolingi...

Eh, lo so, lo so che vi aspettavate un altro capitoletto di "Sorpresa!", ma sapete anche voi come vanno certe cose, no? Magari per tutto il giorno uno non ha idee, salvo poi essere visitato da Calliope ( o da chi pare a voi, sono gusti...) proprio quando se ne sta beato sotto le coperte, in quell'ora tranquilla che è quella del dormiveglia. È in momenti come questi che si dicono, fra l'altro, castronerie atomiche che chi divide il letto con te finge di a) non cpaire; e b) imputarle a sogni particolarmente vividi. L'altro giorno la mia metà mi ha sentito chiamare Akio nel sonno. Akio. Io. Esiste vendetta più dolce, Ohtori-san?

Ma non perdiamo il filo. Si diceva di quando si hanno intuizioni serali e, vuoi per non svegliare chi ti dorme accanto, vuoi per la pigrizia che ti impedisce di prendere appunti sul quaderno posto allo scopo sul comodino (ho un comodino e non lo uso... non sono normale...), demandi il tutto al giorno successivo. In fondo, che sarà mai? Si tratta di procrastinare di una manciata di ore, mica sarai così rincoglionita da dimenticare tutto come se non l'avessi MAI pensato, no?

E invece sì. Perché quando ti siedi a scrivere (non importa quale sia il mezzo) ti accorgi che nella migliore delle ipotesi hai rimosso tutto, ma tutto, tanto che potresti affittare il tuo cervello per ricavarne degli uffici open space. Nella peggiore delle ipotesi, invece, vedi solo la faccia sorridente di Akio che ti invita a far un giro in auto con lui. Poi io gli chiedo di guidare e lui risponde signorilmente "Scordatelo!" e svanisce in una nuvola di zolfo.


Percui, gentili dame e gentili cavalieri, vi parlerò oggi della gita fatta domenica scorsa al Monastero di Farfa (RI).

Domenica, per evitare sia la pioggia prevista per lunedì, sia la calca immonda che avrebbe affollato le strade per il rientro dalle lungo finesettimana. Andiamo a Farfa, ridente borgo arroccato attorno alla splendida abbazia del sesto secolo dopo Cristo. In chiesa si stan tenendo delle comunioni, per cui ci rechiamo in Erboristeria per alcuni acquisti ( il sapone alla Rosa di Maggio, il sapone alla Rosa di Maggio!) ed apprendiamo dalle invogliatissime commesse che si può visitare il monastero ad orari prestabiliti. Ok, prendiamo cinque biglietti, attendiamo che scattino le 12:30 ed andiamo a zonzo per lo sputazzo di paese (davvero tre case e quattro galline) intorno.

Alle 12:30 si compie il nostro fato.

Entriamo nel cortile esterno della parte visitabile del monastero, cortile in cui staziona una curiosa installazione di quattro alberi dal fusto colorato, posti attorno ad una vasca per i pesci rossi. Mah. Arriva la guida, che con la competenza di un personaggio/,macchietta dei film di Alberto Sordi ( e con un dialetto incredibile)  ci informa che il portale da cui stiamo per passare è un resto di età carolingia. Anzi, di stile carolingio.

Entriamo, ci disponiamo a semicerchio e la guida ci fa vedere una pianta ricostruita (da un bambino pazzo) dell'abbazia carolingia che intersecava l'odierna abbazia di farfa, nata su resti del IV secolo a.C. Un tizio con le bretelle pone una domanda: "Scusi, ma chi erano i Carolingi?" (Prima mazzata), a cui la guida risponde con competenza: "Beh, i Carolingi erano una popolazione antica, venivano dalla Francia..." (pugnalata).

La guida racconta alcune curiosità, poi ci porta nel chiostro, ricostruito nel 1933, e ci illustra come siano stati eseguiti lavori di restauro molto scrupolosi dello stile precedente, ossia il romanico.

E l'amico Bretello chiede:"Scusi, cos'è il romanico?", cui la guida risponde "quello" indicando una povera bifora.

Viene poi il momento del percorso guidato che spiega in modo romanzato la storie dell'Abbazia, storia riassunta in cinque minuti cinque dalla guida che cita entrambe le leggende di Farfa, quella del Drago e quella dei tre cipressi.

La leggenda del drago è così riassumibile: San Lorenzo Siro sconfigge il Drago, ossia il paganesimo esistente sui monti della Sabina. Fine.

La leggedna dei tre cipressi: San Tommaso, in terrasanta ha una visione della Madonna (risate) che gli dice di fondare un'abbazia nel lazio, rpendendo come punto di riferimento tre cipressi. Fine.

La guida lascia spazio all'installazione multimediale attorno cui occorre girare in semicerchio. Sopra ogni stazione (10 in totale) è posta una fotocellula che illumina la stazione e fa partire la voce preregistrata di un certo attorone, Walter Nonsocosa (ribattezzato Walter Pedegazzi), che legge in un italiano antico (che io trovo curiosamente simile al dialetto parlato dalla Guida) la storia di Farfa.

La guida ci avvisa che le stazioni partiranno a canone, per dare l'idea delle preghiere dei monaci benedettini. Entriamo, ed indovinate un po' chi è che rompe le palle agli altri eprché non vadano avanti "sennò non si capisce niente"?:

Esatto, Bretello e la sua degna signora, i quali, non paghi di essersi fatti tutte le stazioni, tornano indietro per uscire dall'entrata. Mistero.

La guida ci porta poi in Biblioteca, dove possiamo ammirare dei libri risalenti al 1230 (immaginate i miei occhi...), ed anche una copia dell'Enciclopédie di Diderot e D'Alambert. Ma i nostri occhi sono catapultati addosso a delle immense bombole verde acido su cui campeggia in bianco una poco rassicurante N. Dopo le ciance della guida, l'amico del cuore di Bretello (che durante TUTTO il percorso ha dimostrato l'insolita capacità di ficcarsi davanti alla gente per scattare le foto, salvo poi scazzare perché gli sei passato davanti) si avvicina e chiede a cosa servano mai quelle bombole.

"Ma è il sistema antincendio" cinguetta la guida.

"Con dell'Azoto?" fa notare la mia dolce metà.

"Ma non è Azoto" protesta la guida.

"E allora cos'è?"

"Ma giel'ho detto, no? Il sistema antincendio" e sorridendo ci accompagna alla fine del percorso guidato, con impresse nella mente quelle bobole giganti piene di Azoto liquido pronte ad entrare in funzione in caso d'incendio e a congelare il povero malcapitato che dovesse trovarsi in quella sala. Glom.

Ma la nostra guida dà il meglio di sé quando, dopo averci fatto vedere un sarcofago del II secolo ritrovato sotto terra (testuali parole), la mia dolce metà le si avvicina e le domanda:"Scusi, ma sono visibili resti della villa d'età romana?" con il proposito di sapere se sia possibile vederli.

E lei risponde: "Ma certo che si vedono, sennò come avrebbero fatto a capire che si trattava di una villa d'età romana?"


Ecco, il resto della popolazione di Farfa è così. Il camerieri della trattoria che ti sconsiglia di prendere gli gnocchi al tartufo, perché gli gnocchi sono patate e col tartufo stanno male (Ma quando mai?), e la tizia che vende le ciambelline la quale ci promette la pizza fritta nel primissimo pomeriggio, salvo poi dircialle tre e dieci:"Eh, devo chiudere perché devo fare la pizza. Riapro tra un'ora" e rimuovere le nostre facce quando, dopo un'ora passata a vedere la vicina Toffia, ci riaffacciamo per l'agognata pizza.


Scherzi a parte, una bella gita, una bella mangiata, una bella giornata con gli amici, ed un bel colpo di sole che ha costretto la sottoscritta a coricarsi alle sei e mezzo del pomeriggio. Ne vale la pena? io direi di sì, ma vi consiglio di chiudere orecchie e cervello quando vi recherete alla visita guidata.



Autore: GoldFrancine | Data: martedì, 03 giugno 2008, 11:28 | viaggi, fuffa, arte, amici, leggende, la mamma dei cretini, stranezze stranissime
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Harder, better, faster, stronger






Work It

Make It

Do It

Makes Us



Harder

Better

Faster

Stronger



More Than

Hour

Our

Never



Ever

After

Work is

Over [x2]


Work It Harder Make It Better

Do It Faster, Makes Us Stronger

More Than Ever Hour After

Our Work Is Never Over



Tutto in un unico piano sequenza, signori. Lode al genio.



Autore: GoldFrancine | Data: martedì, 26 febbraio 2008, 08:34 | varie ed eventuali, canzoni, arte, stranezze stranissime
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Gelosia

"No, smettila... Ma che fai..."

La sentì ridacchiare con un tono toppo imbarazzato perché il gatto potesse averle di nuovo infilato il muso nell'orecchio. Rimase con il pomolo della porta nella mano. Che fare? Entrare di scatto e beccarla in flagrante adulterio, oppure giocare d'astuzia?

E se mi stessi sbagliando?

Forse il gatto le stava davvero strusciando il naso (o la linguetta ruvida) dentro l'orecchio, piccolo rituale della sera che da qualche tempo a questa parte aveva cominciato a mettere in scena alle otto e quarantasei spaccate.

Forse il gatto se la stava semplicemente arruffianando per ottenere l'ennesimo supplemento del supplemento del supplemento della cena, e le stava ronfando a piena potenza contro le gambe, magari facendola inciampare...

Sì, dev'essere così, pensò lui poco prima che il gatto si strusciasse contro le sue gambe. Abbassò gli occhi contro quelli verdi del micio, che li socchiuse come a dirgli "E allora? Non entriamo? Sento un buon odorino di pesce...".

Rimase a fissera la bestiola, poi la maniglia che stringeva salda nella mano, poi di nuovo il gatto.

"Miao" miagolò questo, come a dirgli "Allora? Guarda che ho fame, io..."

"Uffa..." sbuffò lei oltre la porta a vetri smerigliati.

Era lì, con il suo golfino rosa fragola, seduta davanti alla penisola che usavano come tavolo, in cucina. Con la coda dell'occhio poteva vedere il fuoco acceso sotto la pentola per l'acqua della pasta. Il sugo alla puttanesca era già bell'e pronto e non aspettava altro che di spalmarsi morbido e soave contro le pennette, già pesate e contate per scrupolo, che lei aveva messo a portata di mano.

Sentì il clic clic dei tasti e capì. Il portatile. Era su internet.

Cosa sta facendo?, si chiese, mentre il gatto si accucciò paziente ai suoi piedi. Stava chattando? Stava cercando immagini che mettessero in risalto i muscoli di Christian Bale o il mento volitivo di Hugh Jackman? Con chi ce l'aveva?

Ridacchiò di nuovo. "Dai, così mi farai arrossire..." disse lei e a lui crollò il mondo addosso.

Un altro. Un altro! La sua dolce metà, la compagna di un buon terzo della sua vita, aveva inaspettatamente deciso di prendersi un altro uomo, dopo dieci anni di fidanzamento, tre di convivenza e due di matrimonio.

"Un bel colpo, non c'è che dire", gli soffiò all'orecchio il suo se stesso diavolo, comodamente appollaiato sulla spalla sinistra, la coda appuntita che gli graffiava la pelle.

"Non essere affrettato!", sentì sull'altra spalla, la destra, mentre una piccola lira risuonava il suo pizzicar di corde nell'aria frammista di un dolce odor di vaniglia. "Forse le cose non stanno come pensi tu..."

"Non stanno come dico io?" rispose piccato il diavoletto all'angelo. "E allora dimmi: cosa dovrei pensare? Che è improvvisamente impazzita e sta parlando da sola?"

"Tutti noi, a volte, pensiamo a voce alta." rispose l'angioletto alzando le spallucce alate.

"Ma davvero?" replicò l'altro appoggiandosi al suo forcone rosso fiamma "E cosa dovrei pensare, allora, vecchio mio? Che la nostra principessina sta chattando con una ragazza? Te lo concedo, sarebbe una prospettiva interessante, è vero..."

L'angioletto arrossì fino alla cima dei boccoli biondi che gli ornavano il capo areolato.

Lei ridacchiò di nuovo. "Certo che sei davvero carino...". Un sospiro. Intenso. Forte. Partecipe. Coinvolto. Di quelli che le tredicenni lanciano ai poster dei cantanti appesi dietro le porte delle loro camere, convinte che la mamma non vedrà mai lo sconveniente busto ignudo del bell'attore o del carismatico cantante con gli occhi di cielo e il sorriso imbronciato da  malandrino. Lo stesso tipo di immagine che lei si era affrettata a far sparire non appena si erano messi insieme, togliendolo dal suo posto segreto e chiudendolo dentro un portarotolo giallo acceso.

E adesso... adesso eccola lì, seduta in cucina, la porta chiusa e la pentola sul fuoco, a chattare con il suo nuovo amichetto. Imprudente? E perché mai? Dopotutto, io dovrei essere uscito con Federico e Simone, e non dovrei tornare che fra un paio di ore, se non tre.

Voleva farle una sorpresa e invece... la sorpresa gliel'aveva fatta lei.

"Cielo, quant'è tardi!", disse lei all'improviso e la maniglia prese a scottare come se fosse appena uscita dalla forgia.

"Che fai? Entra e affrontala!" ordinò il diavoletto. "Sbattila contro il muro e inchiodala di fronte alle sue responsabilità!"

"Non dargli retta!", intervenne con un tono più pacato, ma altrettanto fermo, l'angioletto. "Parlale, sono sicuro che si tratta di un malinteso..."

Lei scostò lo sgabello, quello col sedile bianco, il suo, e spense il pc. Si avvicinò al fuoco e calò la pasta. "Tetsuya? Tetsuya, dove sei?" chiamò a gran voce il gatto, che iniziò a risponderle miagolando da oltre la porta.

Zitto, stupida bestiaccia!, pensò lui mentre la porta si apriva e lei appariva sulla soglia della cucina con un aspetto... radioso.

"Oh, sei già a casa?" chiese sorpresa. "Non ti ho sentito arrivare..."

"Già, dicono tutte così le colpevoli" sibilò da non si sa bene dove il diavoletto.

"Chi è senza peccato scagli la prima pietra..." sentenziò da un altrettanto oscuro meandro l'angelo.

"Sì..." rispose lui cercando di far tacere quelle voci. "Federico non si è sentito bene e Simone ha avuto un contrattempo in ufficio, così..."

"Ah... benone." disse lei poco convinta. "Arrivi giusto in tempo, ho appena calato la pasta. Ne metto un po' anche per te, allora. Vai a lavarti le mani, io sistemo la tavola."

Niente bacio, niente strofinatina di naso, niente abbraccio, nemmeno uno straccio di sorriso. Niente di niente. La sentì canticchiare un po' nervosa Aggiungi un posto a tavola e pregò che il pavimento si aprisse sotto di lui e lo ingoiasse in un colpo solo.

"No, no, no... Lo sai che il suicidio è un peccato gravissimo?" lo redarguì l'angelo prima che il diavoletto lo cacciasse via con una poderosa sederata.

"Non dare retta a questo babbeo! Fagliela pagare! Gioca d'astuzia e inchiodala con delle prove schiaccianti. Fai finta di niente e aspetta che lei si tradisca. A quel punto, nessuno potrà biasimarti se cercherai di allungare le mani sulla rossa del terzo piano... Sì, quella con le curve generose al punto giusto e la risatina facile. E non dire che non l'hai vista, non ti credo. Puoi darla a bere a lei, ma non a me..."

"Che stai facendo ancora lì?" gli domandò lei voltandosi di tre quarti, un piatto in mano. "Fila  a lavarti le mani, ché è pronto..."

Lui obbedì, strascinando i piedi che si erano fatti improvvisamente di piombo.

"SaioggiFedericahadettocheforsepotreiesserepromossamoderatricediprimolivello,

mentreinufficiolaStellatononhafattocherompermilescatoleconmillerichieste,

unapiùassurdadell'altra. Ovviamentelofasoloperrendermilavitauninfernopergliultimitremesichepasseròinquellagabbiadimatti,

manonostantequestoiononsonodispostaamollareeadarglielavinta.Etucosahaifatto?"

Lei parlava, parlava, parlava, ma alle sue orecchie arrivavano solo suoni indistinti e ovattati, come se stesse con la testa sott'acqua e gli stessero parlando dalla superficie.

"Ehi? C'è nessuno in casa?" disse lei sventolandogli una mano davanti alla faccia.

"Eh?"

"Ti ho chiesto com'è andata oggi. Qualcosa del tipo cos'hai fatto dopo che ci siamo salutati stamattina, oppure com'è andato il lavoro o roba simile..."

"No, scusami... Sono un po' stanco..."

"Ottima scusa"commentò la voce del diavoletto. Stava ghignando?

"Capisco..." disse lei un po' delusa.

"Anzi, se non ti dispiace vorrei andarmene a letto subito. non mi sento molto bene. Andrea ha l'influenza e non vorrei essermela presa anch'io."

"Non ti preoccupare. Gira. Vai pure a letto, ci penso io qui."

"Sicura?"

"Sì, ci metto dieci minuti. Vattene pure sotto le coperte e rilassati un po'. "

"È quello che farò..." disse lui alzandosi. Posò il tovagliolo di carta sul ripiano lucido della penisola e fece per andarsene, quando la voce di lei lo fermò.

"Ce la fai ad aspettarmi alzato? C'è una cosa che vorrei mostrarti."

Il tono di voce. Quel tono di voce, lo stesso di chi sta annunciando all'altro che è in arrivo una grossa novità, lo stesso che lei aveva usato prima di dirgli "O andiamo a convivere, o la finiamo qui.".

Deglutì a vuoto. "Ce...certo", le disse con un sorriso stanco e spiegazzato.

"Benone!" disse lei quasi trillando di contentezza. Prese il grembuile gommato, lo infilò e si mise di buona lena a fare i piatti. Canticchiando.

"A... allora io vado..." biascicò lui in direzione della porta. Il gatto lo fissò come a dirgli "Ancora qui stai?", poi chiuse gli occhi e si acciambellò sullo sgabello dal sedile rosso.

"Porteresti di là il portatile, per favore?" chiese lei senza voltarsi.

I suoi occhi corsero al gioiellino che era costato l'intera tredicesima di tutti e due messa assieme e che se ne stava zitto e buono in un angolo.

"Che occasione!" gridò il diavoletto dritto al suo timpano sinistro. "Prendilo e vattene in camera da letto. Scommetto che troverai le prove tra i files recenti!"

Chiedendosi cosa mai potesse saperne un diavolo di come funzionasse l'ultimissimo sistema operativo che avevano trovato già installato , lui obbedì e le sue mani afferrarono il portatile, pronte a correre sui tasti per cercare le risposte alle sue inquietudini.

La bozza di una storia da correggere.

Un layout sgangherato, rosso, oro e nero che stava realizzando per chissà quale delle sue amiche di rete.

Alcuni primissimi piani che aveva scattato l'estate scorsa - o quella prima ancora? - ad un geranio dalla declinazione lillà intenso.

La cronologia cantava chiaro: le fotografie di Christian Bale erano state visionate magna cum copia due sere avanti, mentre quelle di Hugh Jackman il giorno prima ancora.

Nella cronologia di msn non risultava alcuna conversazione con utenti sconosciuti, o con pseudonimi maschili - eccezion fatta per D'Éon che sapeva essere una ragazza.

Con chi diamine ce l'aveva, allora?

Si prese il mento tra le mani, mentre una parte di lui gli dava dell'idiota e l'altra, quella razionale e analitica, si scervellava per capire dove fosse la magagna. Perché era chiaro che c'era qualcosa, un piccolissimo particolare di cui lui non aveva tenuto conto quando aveva preso il portatile e l'aveva trafugato in camera da letto.

"Avanti..." prese a dire la voce suadente dell'angelo." Non vorrai dirmi che se fosse stata in torto ti avrebbe fornito le prove della sua colpevolezza..."

"Magari è masochista..." propose il diavoletto, mentre lui si disse che sì, la chiave stava nelle parole dell'angelo.

La chiave.

La chiavetta usb.

Quella rosso fiammante che lui le aveva regalato a Pasqua e dove lei aveva inserito tutte le sue storie per paura che il pc impazzisse nuovamente e danneggiasse tutti i files un'altra volta.

Quella che portava al collo e da cui non si separava se non per dormire.

Quella su cui lui doveva assolutamente mettere le mani se voleva arrivare in fondo a questa storia.

Devo avere quella dannatissima chiavetta usb, altrimenti impazzirò. Rimase  a pensare a  come avrebbe potuto fare, quando il diavoletto punse il sedere dell'angelo con il suo forcone e gli sussurrò all'orecchio un piano geniale.

Sì... Può andare...

Il bello di lei era il suo sonno granitico. Quando cadeva in catalessi non c'era niente e nessuno che avrebbe potuto destarla dal suo coma profondo, nemmeno le cannonate del Gianicolo. Senza accendere la lampada sul suo comodino ingombro di fumetti a stelle e strisce, si alzò e circumnavigò il letto matrimoniale fino ad approdare al suo comodino. Trovò a tastoni la chiavetta usb, la prese e molto delicatamente sgattaiolò in cucina, il portatile sotto al braccio.

Meglio di Lupin, si disse orgoglioso. Chiuse la porta alle sua spalle con molto prudenza, accese il portatile e collegò la chiavetta. Attese. Il programma trovò il disco removibile e lui ci cliccò sopra. Sullo schermo apparve una selva sterminata di nuove cartelle e cartelline denominate semplicemente attraverso un numero progressivo.

Maledizione a me e a quando ho deciso di regalarle una chiave da 4 Giga...

Fotografie. Fiori. Gatti. Storie. Immagini di Saint Seiya. Ancora fiori. Gattini bianchi. Un pdf contenente una nuova ambientazione fantasy. Ancora fiori. Rose. Fatine in resina. I suoi disegni. Quelli di lei. Layout per il suo sito. Screencap. E la lista era ancora molto, molto lunga.

Il brutto del suo sonno granitico era la durata, totalmente imprevedibile. Poteva durare dieci ore, oppure limitarsi a solo centoottanta minuti di rilassamento. E questo poteva dire solo una cosa: lei poteva svegliarsi da un momento all'altro e coglierlo in castagna.

"Che stai facendo?"

Appunto...

La voce sbadigliosa di lei lo colpì alla schiena come una secchiata d'acqua gelida. Si voltò. Lo guardava dal corridoio, facendo capolino dalla cucina con i capelli arruffati, gli occhi socchiusi e l'aria di uno zombie che ha sbagliato candeggio.

"Niente..." mentì spudoratamente lui, lo schermo azzurro del portatile che faceva capolino oltre la sua spalla.

"Niente?" ripeté lei. Guardò l'orologio, poi tornò con gli occhi su di lui. "Niente alle tre del mattino davanti al mio portatile?"

"Ecco..."

Non sapeva più cosa ribatterle. Era ovvio che non solo stava facendo qualcosa, ma che si stava scavalcando quel confine labile ma invalicabile di cui lei era possessivamente gelosa.

Lei si prese un bel bicchiere d'acqua e lo guardò di nuovo. "Hai aperto la mia chiave usb."

Non seppe come prenderla. Stava per cavargli gli occhi? Se ne sarebbe tornata a letto brontolando? Non gli avrebbe rivolto la parola per due giorni filati?

"Aspetta un secondo. Frena, frena, frena! Ehi, amico, guarda che sei tu quello ferito in tutta questa storia. Vorrei ricordarti che è stata lei a tradirti con un altro, non tu..."

"Che discorsi sono questi?" s'intromise l'angelo pestando un calzare sulla spalla di lui. "Se uno ti picchia tu devi necessariamente ricambiare il colpo ricevuto?"

"Sissignore!" rispose il diavoletto.

"Porgi l'altra guancia" sibilò l'angelo sventolando un indice ammonitore sotto il naso del proprio antagonista. "Se ti ammazzano il cane non hai alcun diritto di fare altrettando alle bestiola del tuo nemico."

"Ah no?"

"Eh no..."

"Silenzio!" sbottò lui. Lei si svegliò di colpo versando alcune gocce d'acqua sul pavimento. "Sei tu quella che mi deve una spiegazione, non io. E poi non ti ho certo ammazzato il cane!"

"Il cane?" domandò lei perplessa. "Noi non abbiamo un cane..."

"Non ha nessuna importanza!" Si alzò e le si avvicinò. "Con chi parlavi, oggi?"

"Eh?"

"Non fare la finta tonta! Ti ho sentito! Oggi, quando sono tornato. Ho fatto piano per farti una sorpresa, ma ho sentito che stavi parlando con qualcuno. Con un maschietto. E non dirmi che mi sono confuso, il tono che hai usato non ammetteva errori!"

"Veramente qui con me c'era solo Tetsuya..."

"Non è esatto. Tetsuya se ne stava fuori dalla porta, insieme a me..."

Lei corrugò le sopracciglia. "Cos'avresti sentito di preciso?"

"Lo sai..."

"No che non lo so. Te lo sto chiedendo apposta..."

Lui prese un gran respiro. "No, smettila... Ma che fai..." disse facendole il verso.

Lei sgranò gli occhi, forse sorpresa dalla fedeltà dell'esecuzione, poi disse: "Ah, ho capito!" e si diresse verso il portatile. fece scorrere la pallina del mouse, poi si fermò davanti ad una cartella, la penultima e vi cliccò sopra.

"Chiudi gli occhi..."

"Stai scherzando?"

"Chiudi gli occhi!" ripeté lei e lui si trovò stranamente ad ubbidire.

La sentì smanettare ancora un istante con la tastiera poi gli disse: "Pronto?" e lui sentì una musichetta a otto bit riempire il silenzio della cucina.

Aprì gli occhi e li sgranò dalla sorpresa.

"Ma questo..."

"Esatto!" disse lei battendo le mani. "Angela mi ha passato un emulatore dei giochi arcade della nostra infanzia. Ho la versione da sala giochi dello sparatutto dei robottoni!"

Aveva gli occhi lucidi ed eccitati di una bambina, nonstante una ventina abbondante di anni in più sulle spalle e qualche filo d'argento tra i capelli.

"Guarda, puoi scegliere il pilota... Io prendo Tetsuya."

Il Grande Mazinga apparve sullo schermo, mentre intorno a lui scorreva l'ambientazione e diversi nemici tentavano di fare a pezzi il robot sparando la propria santabarbara contro il protagonista. In alto a sinistra, Tetsuya se ne stava con la sua aria scazzata, subendo i contraccolpi che man mano scuotevano il robot ogni volta che un mostro guerriero lo intercettava.

"Prendi i vari missili che Venus e Diana lasciano in giro... Oppure il Booster" diceva lei man mano che il robot afferrava i bonus dissemninati lungo la strada. "Così spari il raggio gamma, così, invece, il Grande Tifone e con la barra spaziatrice lanci il Doppio Fulmine."

Lui restava a bocca aperta guardarla portare a compimento la prima missione, scartando gli ostacoli e rpendendo ogni bonus possibile e immaginabile. Alla fine, dopo aver sconfitto Garada K7, apparve sullo schermo una scritta che comunicava la fine del primo quadro e lei ridacchiò.

Lui la guardò. Aveva le guance imporporate.

"Ma che diamine...", ma non fece in tempo a commentare che il gioco riprese , con una nuova missione tra i ghiacci dell'Antartide.

"Ecco, qui, invece, devi fare così...", ed anche stavolta lei portò a termine la missione sconfiggendo l'ennesimo mostro, con un'immancabile rossore alla fine del secondo quadro. E del terzo. E del quarto.

Verso metà del quinto, lei iniziò a parlare all'icona del pilota.

"Povero amore patato mio..." disse rivolgendosi ad un Tetsuya che sembrava aver accusato una potente sventagliata di raggi gialli e rossi.

"Parli con Tetsuya?"

"Sì, perché?" rispose lei candidamente.

Lui tornò a fissare quella faccia apatica e, alla fine, lo vide.

Quando lei, dopo un paio di manovre complesse, riuscì ad abbattere la Fortezza volante del Dottor Inferno grazie ad un sapiente uso del Doppio Fulmine, lui vide l'iconcina di Tetsuya farle l'cchiolino. Ed allora capì a chi mai lei stesse sospirando quando, una manciata di ore prima, l'aveva sentita parlare da sola con un tono di voce estasiato.

"Non è una figata immane?" gli domandò lei.

"Eccome!" rispose lui. "Posso provare a portare Goldrake?"

"Provaci pure, se vuoi. Ma dubito proprio che riuscirai ad essere più bravo del mio Tetsuya..."

"Stiamo parlando di Actarus, ragazza mia..." le disse sedendosi al suo posto e selezionando Daisuke Umon come pilota.

Lei si portò alle sue spalle e lo osservò giocare schiacciando i tasti.

"Mi sembra che qualcuno abbia fatto qualcosa che non avrebbe dovuto fare..." disse una voce angelica pizzicando una lira dalle corde dorate.

"Concordo", le fece eco una risatina un po' malvagia.

"Ok, ragazze..." sussurrò lei all'indirizzo della sua angioletta e della sua diavoletta personali." Che ne direste se pagassi con la carta di credito di questo qualcuno il bellissimo e carissimo modellino in vinile di Tetsuya che ho visto su E-bay?"












Autore: GoldFrancine | Data: sabato, 05 gennaio 2008, 00:38 | stranezze stranissime, tetsuya
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498 volte: NO!



Autore: GoldFrancine | Data: lunedì, 29 ottobre 2007, 12:09 | varie ed eventuali, arte, stranezze stranissime
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Love at first sight

Finalmente sono riuscita nell'impresa titanica di acquistare un paio di stivali al ginocchio marrone.

Che c'è di così assurdo, si chiederanno molti di voi?

Il mio problema, ahimé me ne vergogno assai, è quello di avere dei polpacci un po' forti, e che quindi tutti i modelli in giro, con una sagoma che prevede un polpaccio smilzo, per me non vanno bene. Così, nella depressione più totale, stavo per gettare la spugna quando ho trovato un paio di stivali ad un buon prezzo (quanto meno ragionevole), del mio numero (è pazzesco vedere come il 39 sia già esaurito!!), e di un bel punto di testa di moro, caldo e resistente al tempo stesso.

Ora ho solo bisogno di un paio di scarpe che sostituiscano gli stivali/anfibi di MdE ma che siano un po' più graziosi del classico Dr Marten's.

Ma il guaio, perché di guaio qui si parla, non è tanto il ritorno delle stringate maschili, francesine in testa, che fa a cazzotti con il conto delle piastrelle ordinate oggi pomeriggio (glom!), quanto il fatto che... Beh, ecco, sì...

Mi sono innamorata.

Di questa scarpa.

In quel colore assurdo.

Grave?



Autore: GoldFrancine | Data: martedì, 23 ottobre 2007, 23:44 | varie ed eventuali, scarpe, stranezze stranissime
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L'eccezione che conferma la regola

Una delle Regole d'Oro di questo sito è che non si parla di politica, né di religione, e finora mi sono sempre adoperata affinché questo divieto restasse osservato.

Ma adesso è ora che anche io faccia sentire la mia voce.

Tutti saprete l'ultima cattiva novella, quella relativa al fatto per cui è allo studio una proposta di legge per riconoscere qualsiasi blog o sito, anche privato e non con fini di lucro, un prodotto editoriale. Ne consegue che, divenendo prodotto editoriale, si debba esser regolamentati come i giornali che escono nelle edicole, ma che, invece che raccontare i cazzi propri, raccontano le notizie in tempo più o meno reale, o i cazzi delle varie attricine, attricette, freschette che sculettano a destra e a manca e dicono di aver studiato per fare questo mestiere...

E le regolamentazioni, non costano, forse?

Ora, vi dico una cosa: se delle regole se le danno dei bambini di sei anni, riescono a stilare un decalogo perfetto, con tanto di eventuali deroghe ed eccezioni alle regole.

Se ci si mettono degli adulti, le cose peggiorano proporzionalmente a quanto gli adulti sono 'cresciuti'.

Se ci si mettono dei politici, state sicuri che non se ne esce.

Se ci si mettono dei politici italiani, non se ne esce vivi.

Ora, non solo un qualsiasi blog verrà trattato come un giornale ( e di ciò ringraziano le firme autorevoli della carta stampata che  vedranno i loro pezzi paragonati a quelli amletici di Skulettina91 su quanto sia più figo avere le calze a righe rosa o verdeacqua) e, come tale, iscritto all'albo appositamente creato, e tassato.

Io non credo che siano arrivati al punto di tassere il tmepo libero degli italiani per rimpinguare il tesoro scialacquato dal Berlusca (perché nessuno ha fatto lo stesso casino quando si è inventato la genialata del digitale terrestre, che non fa vedere nulla se non i programmi che vedi comodamente tramite l'antenna mezza sghemba che sta in terrazza?), né voglio credere che si tratti di un mezzuccio per chiudere la bocca a Beppe Grillo, reandendo martire chi non aspetta altro.

Con tutto il rispetto per il signor Grillo, io non scendo in campo con lui. Scendo in campo per me stessa, e a volte capita che i miei ideali coincidano con quelli di qualcun'altro. L'unione fa la forza, è vero, ma non associo il mio nome a quello di Grillo come farebbero tante brave pecorelle dietro al pastore dal nodoso bastone. Ho letto il testo che gira adesso su internet e che anche voi trovate qui; se le cose stanno realmente come scritto, allora io scendo in campo per pretendere, pretendere - da brava rompiballe quale io sono ( altre persone userebbero termini meno lusinghieri e che prevederebbero il mio avanzare scandito dal celebre passo dell'oca, ma purtroppo per loro non ho mai partecipato a certe riunioni giovanili) - pretendere, dicevo che la mia libertà di poter dire quello che penso e come la penso in rete.

La rete appartiene a tutti. Va regolamentata, certo. Va migliorata, certo. Ma far pagare un pedaggio non è la soluzione ad eventuali problemi della rete, che sono tanti e che crescono come funghi. La libertà morirebbe in quel preciso istante.

Ed è per quella libertà , non per Beppe Grillo, che rompo qui il veto imposto alla politica, per la libertà mia e di altri miliardi di persone di potersi esprimere liberamente, gratuitamente, e raggiungere altri esseri umani in tutto il mondo con un solo click.

Per la libertà di dar corpo alle mie storie senza dover pagare una tassa; a quel punto, farei prima a contattare un editore e a sottoèporre il mio manoscritto per una pubblicazione (che pagherei io e di cui acquisterei le prime cento copie regalandole, di fatto, ad amici e parenti)!

Voglio che la rete resti libera. E gratuita.

Per questo ho cancellato il commento di Bellini in cui metteva al corrente la mia isola dei cambiamenti che il vento sta portando. Mi sono informata. Ho firmato la petizione, e invito voi tutti a fare altrettanto.

Per una volta, mettiamo da parte le cazzate e pensiamo a qualcosa di serio.






 








 



Autore: GoldFrancine | Data: lunedì, 22 ottobre 2007, 22:17 | fuffa, la mamma dei cretini, stranezze stranissime
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Sicko

 

Ridere è la migliore medicina

Come molti di voi sapranno, negli Stati Uniti d'America il Sistema Sanitario nazionale è retto in buona parte ( se non del tutto) dalle Assicurazioni private.

In pratica, la sanità non è gratuita come da noi, tutt'altro: la tua compagnia assicurativa ti garantisce le prestazioni sanitarie, se la malattia rientra tra quelle coperte dalla tua polizza.

Il documentario si apre, appunto, con due storie di persone che non ce la fanno a pagare un premio assicurativo, e le loro storie ( allucinanti) in merito.

Ma questo documentario non è dedicato a chi non ce la fa, ma a quei cittadini che hanno creduto all'american way of living, e che si sno ritrovati con la carota in quel posto.

Tra infanti morti, volontari di Ground Zero affetti da varie patologie respiratorie, mentali e altro che non sto qui ad elencare, Michael Moore mostra all'America come non solo le polizze sanitarie non fanno altro che ingrassare i soliti maiali grassi ( e il più grasso di tutti indovinate un po' qual è? Esatto...), ma come altri sistemi siano non solo fattibili, ma vincenti.

Ed ovviamente, quali paesi sono presi sotto esame?

Il Regno Unito, la France e... Cuba.

Altro non vi racconto, così da non rovinarvi l'eventuale visione di questo documentario.

Dal canto mio, ho trovato alcuni passaggi geniali, alcune scelte e le facce del regista divertentissime. L'unica pecca è lo scivolone verso il pietismo che già aveva fatto la sua comparsa in "Fahrenheit 9/11". La sofferenza della gente supplisce alcuni dati infondati ( se la famiglia media francese ha un reddito pari a quello della coppia campione del documentario, allora le proteste delle Banlieu? Come si spiegano?), e gettarla sempre sul politico per attaccare un'amministrazione che, invece, è uscita rafforzata dal tuo ultimo documentario non sempre può risultare una scelta vincente.

Resta, comunque, un buon prodotto, ed un modo per trascorrere due ore e mezzo pensando.

A voi la parola.

Autore: GoldFrancine | Data: lunedì, 27 agosto 2007, 21:24 | cinema, la mamma dei cretini, stranezze stranissime
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Un bicchiere di troppo

Ogni 20 Agosto festeggio sia il compleanno della mia mamma che della di lei sorella, alias mia zia.



Vi pare dunque possibile che io mi dimentichi, in questa data, di metter mano al portafogli per tirare fuori due regali?



Nein, direbbe lo zio Fritz, anche perché ad Agosto tutti i negozi chiudono tutti assieme, come se  una pioggia di fuoco e zolfo cadesse dal cielo e loro, saggiamente, cercassero riparo il più lontano possibile, ed io , dovendo procurarmi due regali, mi preparo per tempo, finendo spesso per nasconderli onde eviatare che mia amdre, curiosa come un gatto e una scimmia messi assieme, li trovi e sia presa dall'impulso irrefrenabile di scartarli...



E invece quest'anno mi sono ridotta all'ultimo, complice sia le vacanze durante la settimana di Ferragosto, sia l'esistenza di mille e mille feste/sagre/mercatini che interessano la bassa Tuscia, ridente zona in cui ho trascorso le meritate ferie. In pratica c'è una fiera per paese, vi pare possibile che non si trovi qualcosa da regalare a mammà ( zia è in Grecia, e ho tuuuutto il tempo del mondo)?



L'impossibile è diventato possibile, tant'è che oggi pomeriggio non ho fatto che rimbalzare a destra e manca contro le saracinesche serrate alla ricerca di un fottuto esercizio commeriale aperto che non fosse un tabaccai, un alimentari o una farmacia. Inutile, tutto chiuso, sprangato come se i cavalli della Morte vi avessero posato i loro zoccoli contro.



Disperata, mi reco allora al centro commerciale sotto casa, nella speranza di trovare qualcosa di adatto. Ed è allora che mi ricordo che ha da poco aperto un negozio di elelttrodomestici e Hi-Fi che ha anche un angolino (ino ino ino) per le Liste di Nozze.



E trovo la passione di mia madre: le cornici in silver plated.



Felice, con un sorriso ebete che va da un'orecchia* all'altra, prendo la suddetta cornice quando mi si rivela la triste verità. Che si regala una cornice vuota? In genere ci si mette dentro qualcosa, una fotografia particolare oppure una della persona che fa il dononel caso in cui si sia in stretta confidenza.



Ora, la parlare di stretta confidenza tra madri e figlie è superfluo, non trovate anche voi?, sicché avrei potuto inserire dietro al vetro una fotografia di mia madre da giovane con me neonata, ma non avevo nè il tempo di andare a cercare quella giusta, nè mi sarebbe sembrato carino escludere così il mio fidanzato dal regalo.



Una foto di noi due è fuori discussione, una dei miei ai tempi del loro fidanzamento idem come sopra... e quindi ho posato la bella cornice sullo scaffale.



Tristezza e mestizia.



Allora gironzolo un po' per i reparti e torno mesta alla lista di nozze.



E ho l'illuminazione.



Dovete sapere che in casa mia c'è una moria pazzesca di bicchieri. E la responsabile di tale sfacelo, per mia madre, è la sottoscritta, tanto che in più di un'occasione lei ha messo mano al mio corredo e ha rimpinguato le scorte in cambusa.



Le avremmo regalato dei biccheiri! Perfetto!



Solo, che tipo scegliere?



In un primo momento ho visto quelli di BodaNova, una casa svedese dal design molto accattivante e giovanile. Nello specifico, i miei occhi sono stati attratti dal modello "Sea" e dal loro grazioso pesciolino. Quattro bicchieri ad otto euro e cinquanta. Un affarone, mi dico e decido di prenderli. Ma essendo mia amdre un tipo classico, per cui i bicchieri hanno senso solo a partire dalle mezze dozzine, ho chiesto alla commessa - una tal Patrizia - che mi tenesse da parte una confezione - che terrò per me, visto che da Novembre li userò tutti i giorni - e mi sono rimessa in caccia.



Patrizia mi ha mostrato allora un set di bicchieri, declinato in tre colori ("ambra, celeste e verde") ed un altro, di un bel punto d'azzurro.



"E questi?", ho chiesto io.



"Ah, quelli..." e dal tono di Patrizia ho capito che sarei uscita con l'articolo più caro presente in negozio . Infatti ha cominciato: "laboratorio artigianale, bla bla bla, scanalatura unica, bla bla bla, realizzati a mano, bla bla bla" e a quel punto - al "realizzati a mano", non al "blablabla" - le ho domandato il prezzo, ben sapendo che sarei uscita dal negozio con un solo set.



"Sono scontati del cinquanta per cento. Otto euro a servizio, ed è disponibile quello per l'acqua e per il vino."



"Me li dia!" e l'ho vista difrigersi verso uno scaffale e tornare con due pacchi belli pesanti.



"Le preparo la bolla e glieli porto in cassa", ed io mi sono diretta tranquilla e contenta di aver speso sedici euro in totale, verso il bancone .



Qui mi attendeva un tizio inguainato dentro un completo grigio, che dopo aver liquidato due trucide con mille salamelecchi, si volta verso di me e mi chiede:" Sìììììì?".



"Avrei tre set di bicchieri." e lui posa sul bancone i due set per mia madre.



"Un momento che apro la bolla... ecco qua... Sono trenta euro."



"Trenta?" chiedo e il suo sorriso si fa meno gentile.



"Sì, trenta. Qualcosa non va?"



"Sì, non vanno due cose. Primo, manca il terzo set di bicchieri, e secondo la commessa che mi ha servito ha detto che.."



"Signora, i prezzi sono quelli che le sta indicando il monitor: dieci, dieci e dieci."



"Ah, allora deve essersi sbagliata lei..." e faccio per pagare, ma prima ancora di scusarmi per la polemica - cazzo, un errore capita a tutti, e non morirò di fame per sei euro in più! - lui s'incaponisce, come tutti i maschietti.



"Chi l'ha servita?", mi chiede con fare strafottente, magari convinto che ci stessi provando.



A quel punto m'incazzo e freddamente descrivo la commessa.



"Patrizia! Patrizia?!" comincia a strillare lui, fottendosene della gente in cassa dietro di me.



Pamela arriva dopo un po'  e lui sbraita: "Patrizia, la signora dice che i prezzi non coincidono con quelli che le hai detto tu."



"Sono otto, otto, e otto e cinquanta..." risponde Patrizia toccndo ogni singolo pezzo "E i bicchieri da quattro dove sono?" chiede lei.



Il tizio in grigio, a quel punto, tira fuori il tubo**  da sotto il bancone. "Ma che dici? Costano dieci euro!"



"No, otto. Sono in saldo."



"Non abbiamo bicchieri in saldo!"



"Ma se ..." risponde Patrizia, e io mi giro verso l'angolino allestito alle mie spalle, ove, su un enorme cartello GIALLO campeggia scritto in NERO la scritta: 50%. Indovinate un po' cosa c'è su quell'angolino? Esatto! Dei bicchieri!



"E quello?" chiedo io indicando dietro di me e sbattendo gli occhi da cerbiatta.



Scoppia la baraonda. Da dietro le spalle del tizio in grigio spunta una pertica isterica che comincia a sbraitare contro Patrizia che aveva specificato sulla bolla il nuovo prezzo.



"E non si fa così! E devi segnalare che il prodotto è in saldo, e non si può continuare a lavorare con questi tuoi sistemi del cazzo!" e altre scene che in un qualsiasi esercizio pubblico avrebbero comportato una bella lettera di richiamo.



Patrizia se ne va mandando a quel paese l'isterica pertica senza tette, che mi si mette alle costole e decide di sistemare lei la faccenda, non so con quale autorità. Rifà i conti e mi dice- con fare schifato - "Ah, ma in pratica sono solo due euro per pezzo rispetto a quanto battuto..."



E io:"Sì, ma sono proprio le cifre piccole quelle che passano inosservate...".



Lei sbianca.



Annulla il precedente scontrino, mi dà il resto e mi liquida con un sorriso sgrabato e un sacco di botti e sbam ingiustificati.



Sorride, sorrido e me ne vado.




In pratica, cosa è successo?



Dovete sapere che spesso, sia drante i saldi che non, i commercianti disonesti tendono a fare la cresta sui prezzi dei prodotti esposti. Alcuni commessi, poi, alzano i prezzi di un paio di euro, oppure arrotondano i decimali e poi fanno a metà con il proprietario compiacente, quello pronto a scusarsi quando l'acquirente un po' più attento se ne accorge. Un mio collega portava a casa quasi un altro stipendio in questo modo, con buona pace del proprietario del negozio, che un euro qua, un euro là (anche se sarebbe più corretto parlare di mille lire, visti i tempi che correvano allora) si metteva in tasca una discreta sommetta, tasse escluse.



Il fatto è che spesso, specie durante i saldi quando si comprano più oggetti in una volta sola, capita di non tenere conto dell'ammontare esatto della spesa, specie quando si va di fretta, o non si ha il cervello lucido. Però, cazzo, due euro di differenza sono tantini. E niente mi leva dalla testa che anche nel mio caso è successa la stessa cosa. Vi pare possibile che il direttore del negozio non sappia quali e quanti oggetti siano messi in saldo?



Io ci credo poco. Così ho intascato la cifra esatta, ho preso le mie cose, e domani andrò a prenderne altri due set per me. E già che ci sono, offrirò un bicchiere di qualcosa anche a Patrizia.




( *'orecchia', sì. Avete letto bene. )




(**Sì, la confezione dei bicchieri serigrafati è a forma di cilindro, ed è alta quasi un metro. Insomma, non passa certo inosservata...)



Autore: GoldFrancine | Data: lunedì, 20 agosto 2007, 22:59 | fuffa, auguri, stranezze stranissime
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La Quarta Casa esiste.

Un pomeriggio di tarda primavera dello scorso anno, il mio fidanzato ed io decidiamo di prendere Adelina e farci un giretto nei dintorni del paesino dove i suoi genitori (del mio fidanzato, non di Adelina, che è una Micra rossa) hanno preso casa. Il paesino è Acquapendente, il più settentrionale dei borghi laziali, l'ultimo della provincia di Viterbo, oltrepassato il quale si sbuca nella Maremma toscana, in provincia di Siena, oppure di Grosseto, se si piega verso Ovest, verso Sovana, Sorano e PItigliano.



Valentina, che gestisce una trattoria deliziosa ("La Capra Campa", se ci fate un salto non ve ne pentirete), ci consiglia di andare a mangiare il gelato a Torre Alfina, ridente borgo che dista circa una dozzina di chilometri da Acquapendente.



Così, una domenica - credo- saltiamo in macchina e via, all'avventura.



La strada provinciale s'inerpica sinuosa su di un colle, regalando la vista di prati verdi che per chi è nato e cresciuto in città è uno spettacolo per gli occhi. E, in lontananza, scorgiamo la sagoma di un castello che nero sovrasta la vallata sottostante.



IL castello, manco a sprecare bites, apparteneva ai Monaldeschi (sì, Lan. Abbi pazienza e parlerò anche di loro), fin quando un tal Marchese Cahen non decise di rilevarlo e ristrutturarlo in stile neogotico (s'era agli inizi del Novecento).



Com'è, come non è il castello è passato poi nelle mani grassocce di Luciano Gaucci (sì, quel Luciano Gaucci), ed essendo sotto sequestro, non è possibile visitarlo.



Il gestore del bar giovanile è stato irremovibile: il castello non si può visitare all'interno, solo da fuori. E così, un po' mesti, la mia dolce metà ed io decidiamo lo stesso di andare almeno ai piedi della costruzione e di darle un'occhiata.



Ed ecco il castello, come appare da Piazzale Sant'Angelo prima, e come appare attraverso le stradine di Torre Alfina, poi.



Il castello sorge a sovrastare l'abitato di case che sono sorte alle sue pendici: tradotto in soldoni, tocca fare una piccola scarpinatina per arrivare al portone d'ingresso, chiuso e sprangato senza speranza. Sicché, preso un po' il fresco, e dato uno sguardo al bellissimo panorama (pare che nelle giornate senza vento si riesca anche a vedere il Lago di Bolsena), decidiamo di scendere. E, tornati al bar e dopo esser passati al di sotto di un arco che commemora i caduti della (credo) II GM, troviamo qualcosa che, tuttora, è superiore anche alla mia mente malata.




Questo:Quarta Casa 2Quarta Casa 1




 




 




Quelle che vedete sono delle teste che se ne stanno pacificamente incassate all'interno del muro perimetrale di una casa molto graziosa, con dei grossi vasi di borragine accanto all'uscio.



La targa commemorativa (???) riporta il nome dell'artista cui si deve questo decoro: Matsuo Hirano.




Matsuo Hirano.




Ragazzi, non credetegli! La verità è un'altra: Death mask si è trasferito a Torre Alfina dopo che Shiryu l'ha sfrattato dalla Quarta Casa, e siccome  non sapeva più dove mettere le teste, ha pensato bene di piazzarle anche all'esterno. Tanto per far capire con chi hannoa  che fare i pacifici abitanti.




Glom...



Autore: GoldFrancine | Data: martedì, 07 agosto 2007, 22:00 | viaggi, fuffa, stranezze stranissime
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