Come sei

Hey girls, hey boys, Superstar DJ's, Here we go!
La sala è gremita. Brusio, rumori e gente che aspetta.
Il palco è vuoto, l'occhio di bue illumina un microfono che svetta solitario e nero contro la luce bianca e asettica.
Aspettano. Aspettano e osservano il palco con lo sguardo fisso, in attesa che sbuchi qualcosa dalle quinte.
E quel qualcosa, sono io.
Francine.
Vivo cantando le mie storie al suono della mia chitarra, spingendomi con i miei stivali e il mio fido morello in quelle terre oltre la frontiera e in quelle in cui il Mondo non è andato avanti, con il plettro al collo e tanta voglia di raccontare, raccontare, raccontare.
Le mie corde sono la lingua italiana, la buona scrittura mi fa da accordo e la continua ricerca della perfezione è il mio demone.
Sono una creatura senza tempo conosciuta con molti nomi, secondo la lingua dei paesi che ho visitato, ma, alla fine, essi riportano tutti a me.
A Francine.
Francine che imbraccia la chitarra e sale sul palco.
Lo spettacolo ha inizio.
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I commenti

QueenCrimson in Touch faith!
QueenCrimson in 16/06/2009
Elentari77 in Sorpresa!-8
GoldFrancine in Sorpresa!-8
Sen in Sorpresa!-8
QueenCrimson in 16/06/2009
GoldFrancine in 16/06/2009
QueenCrimson in 16/06/2009
GoldFrancine in 16/06/2009
GoldFrancine in Scene da un matrimon...

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Sorpresa!-8

8.


Rosa che rosa non sei,

rosa che spine non hai

rosa che spine non temi,

che piangi e che tremi, che vivi e che sai

rosa che non mi appartieni

che sfiori e che vieni, che vieni e che vai.


Shura svanì, dissolvendosi come la bruma al contatto coi raggi del sole. Lei allungò una mano gridando: “NO!” e trovandosi a stringere solo l’aria umida della stanza. Attorno a lei era ancora tutto buio, scorgeva solo una flebile luminescenza propagarsi dal letto di Shura e dal gambo della rosa.

“No…”, mormorò lei conscia del fatto che era tutto inutile. Lui soffriva. Stava soffrendo, e la colpa era sua. Solo sua. In questo dove e in questo quando, dove i mondi si intrecciano, le stelle collidono e i vettori…

“Vettori?”, si chiese specchiandosi in una goccia di rugiada in bilico sul primissimo petalo.

In quale dove e in quale quando era finita? Perché sentiva solo l’odore del vento e il suono delle palle di sterpi che rotolano indolenti sulla terra bruciata dal sole?

“Il mondo è andato avanti…”, disse la voce dell’uomo, la stessa che le era esplosa nella testa sulla terrazza. “Loro non lo sanno ancora, ma tu ed io…”

Lei si alzò, la rosa stretta tra le dita, le spine che le graffiavano la pelle candida. “Tu ed io… cosa, di grazia?”

“Lo sappiamo. Questo conta davvero per un uomo, dico sai e rendo grazie.”, rispose lui trafiggendola con i suoi occhi di ghiaccio.

“Un punto per te”, convenne lei. Gli occhi di lui erano come calamitati sulla rosa. “Stai cercando questa, non è vero?”

“Tu lo sai…”

“Rispondi alla domanda, pistolero… Tu stai cercando la rosa, non è vero?”

Il pistolero sorrise, le rughe che gli segnavano il viso come fa il sole con una terra non irrigata, ma non lo fece con lo sguardo. I suoi sono occhi di chi ha già ucciso. Poco importa se con la mente, la mano o il cuore. Se non sto attenta, farò anch’io quella fine...

“Sto cercando la rosa. Quella rosa. Di questo dove e di questo quando.”

“Capisco. E immagino che io sia sulla tua strada, nevvero?”

“Immagini bene, dico sai e rendo grazie.”, rispose alzandosi dalla sedia a dondolo. Lei sapeva che quella posizione non era affatto comoda per lui, con l’agra secca che gli stava mangiando le carni dall’interno, ma qualsiasi vantaggio che le sue gambe agili e veloci avrebbero potuto fornirle, evaporò non appena vide la pistola dal calcio di sandalo appesa al suo cinturone.

Merda, pensò. “E dimmi, pistolero… cosa accadrebbe se questa rosa servisse anche a me?”

Lui sollevò le spalle. “Temevo l’avresti detto”, confessò. “Finisce sempre così, c’è sempre qualcuno che un bisogno disperato di ciò che serve a te…”, rispose lui con filosofia.

“Quindi?”

“Quindi, ci sfideremmo, e in tutta sincerità, non credo che questa sia una soluzione che a te convenga adottare…”

“Perché sono disarmata, vero?”

L’uomo annuì. “E perché non sei una pistolera.”

Aspetta a dirlo, pensò lei, nelle vene la terrificante certezza che sì, quell’odiata rosa serviva anche a lei, e che anche ammesso che per quell’uomo fosse più necessaria dell’aria per respirare, se gliel’avesse concessa o se gli avesse permesso di sconfiggerla, lui non ne avrebbe fatto un buon uso. Affatto.

“Dunque?”, chiese lei. “Me la strapperai di mano?”

“E perché dovrei?”, ribatté lui. Quella rosa ha fatto confusione cadendo qui. Non doveva trovarsi in questo quando, ma la colpa non è tua, né mia. Non è di nessuno. I Vettori stanno collassando su loro stessi, e il tempo stringe e tu non hai alcuna voglia di essere ragionevole. Quindi…”, e l’uomo estrasse dal cinturone una cartuccia d’argento.

Non guardare, non guardare, non guardare!, strillò la voce della Rosa dentro di lei, dritto dritto nella sua testolina, ma era tardi: dal primo istante in cui lei aveva posato gli occhi sulla pallottola, tutto era svanito, uscito dalla porticina sul retro con un gran colpo di vento.

“Adesso ti senti meglio, vero?”, le chiese lui. E lei rispose.


Calmati. Respira, così, da bravo, su. Lento. Dentro. E. Fuori. Ecco, così. Lo vedi che ne sei capace? Lo vedi che ci riesci se lo vuoi? Camus respirava con lentezza, senza  avere il coraggio di tornare a specchiarsi nella propria tazza. Milo lo osservava di sottecchi, pronto a chiedergli che diamine ci fosse di così terribile in una tazza di tè da non avere il coraggio di finirla, ma da non riuscire a staccarsi da essa.

“Tutto bene?”, gli domandò, regalandogli un piccolo infarto.

“Certo. Perché non dovrebbe?”, rispose quest’ultimo.

Dimmelo tu, pensò Milo posando la propria tazza sul tavolo. “Così. Te ne stai imbambolato con la tazza in mano…”

“Pensavo”, rispose Camus prima di mordersi la lingua. Adesso Milo non avrebbe lasciato l’osso sino a quando non l’avrebbe sentito scricchiolare.

“A cosa? Sempre se poso chiedere, s’intende…”, domandò questi con un sorriso poco rassicurante.

“A tutto. E a niente…”, rispose evasivo Camus, ben sapendo che così non avrebbe fatto altro che incuriosire la scimmia che gli stava parlando.

“Ma dai?”, continuò Milo. “Anch’io! Com’è fatto il tuo niente?”

“Come il tuo”, replicò Camus.

“Quindi è un gigantesco coniglio assassino?”

Lune la fune e fine non avrà, e la Rosina bella la va' al mercà,e la Rosina bella la va' al mercà”, s’intromise Aiolia giocherellando col suo cronometro. Milo lo guardò come se lo stesse canzonando, ma Camus impallidì.

“Sei scemo?”, chiese Milo aggrottando le sopracciglia.

“Marte le scarpe, lune la fune e fine non avrà, e la Rosina bella la va' al mercà, e la Rosina bella la va' al mercà.”, rispose Aiolia con un sorriso.

“No, dico…”, fece Milo, quando Shaka s’intromise: “Mercole le nespole, marte le scarpe, lune la fune e fine non avrà, e la Rosina bella la va' al mercà, e la Rosina bella la va' al mercà.”


Camus non sapeva cosa aspettarsi. O meglio, non sapeva cosa temere di più, se la pazzia improvvisa dei suoi compagni d’arme o una qualche spiegazione stramba travestita coi panni della fantascienza. Qualcosa come mondi che collimano, piani che si intersecano e cose i questo tipo.


“Giove le ove, mercole le nespole, marte le scarpe, lune la fune e fine non avrà, e la Rosina bella la va' al mercà, e la Rosina bella la va' al mercà.”, annuì Aiolia rivolto a Shaka. Il Leone sorrise, posò il cronometro e bevve le ultime gocce del tè.


Venere la cenere, giove le ove, mercole le nespole, marte le scarpe, lune la fune e fine non avrà, e la Rosina bella la va' al mercà, e la Rosina bella la va' al mercà?”, s’intromise Aphrodite, apparendo da chissà dove, con Mask e Shura alle sue spalle. Il Santo dei Pesci sorrise, poi regalò una rosa candida a Milo e si allontanò verso il colonnato che delimitava la terrazza.


“Se è uno scherzo, è durato anche troppo. Chiaro?”, disse Milo gettando ai suoi piedi la rosa. “Finitela. Adesso!”, intimò a muso duro, prima che Camus trovasse il coraggio di far scendere gli occhi blu sul proprio tè. La ragazza era sempre lì, che lo osservava curiosa e annoiata alla stesso tempo.


“Sabato il soprabito, venere la cenere, giove le ove, mercole le nespole, marte le scarpe, lune la fune e fine non avrà, e la Rosina bella la va' al mercà, e la Rosina bella la va' al mercà.”, commentò Mask ravviandosi un ciuffo di capelli.


“Adesso basta!”, ringhiò Milo che fece per alzarsi e intimare ai propri compagni di finirla lì a suon di pugni, quando Camus fu più lesto di lui e lo ricacciò a sedere.

“C’è qualcosa che non va”, gli disse piantandogli gli occhi addosso.

“Sì. Ci stanno pigliando per il culo, in caso tu non te ne fossi accorto”, ringhiò basso Milo.

“No”, lo corresse Camus. “Qui sta succedendo davvero qualcosa di strano. Guarda il tè!”

“Ma vi siete coalizzati?”

“Guarda. Il. Tè”, ringhiò stavolta Camus. E Milo obbedì, trovandosi vis à vis con un paio di occhi dolci e dorati. Gli occhi che potrebbe avere un cane, o una qualche altra bestia intelligente.

“Ma che…”

“Ché”, rispose una voce, dall’altra parte del tè.

Festa la vesta, sabato il soprabito, venere la cenere, giove le ove, mercole le nespole, marte le scarpe, lune la fune e fine non avrà”.

Poi si spense di nuovo la luce.



Autore: GoldFrancine | Data: giovedì, 28 maggio 2009, 18:03 | sorpresa
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